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24/12/2007 - Lo spettacolo di Antonio Diana a Villaricca, Sacchetti ribelli nel triangolo dell’orrore
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in scena 22 e 23 Dicembre 2007, sala teatro "C. D'altrui" II Circolo "G. ROdari" di Villaricca. «Munnezza si tu, munnezza nun songhe ie». Occorre partire da questo ritornello per capire il senso della commedia musicale «Sakketti in rivolta» che il bravo e giovane Antonio Diana ha messo in scena questo weekend a Villaricca. Perché se sei nato in provincia, se disgraziatamente sei costretto a vivere tra Qualiano e Giugliano, l’idea di essere un rifiuto ti sfiora più volte nell’arco di una giornata. E del resto, basterebbe leggersi i testi dello spettacolo per capire che Diana fa sua la tragedia di una terra alla quale, in fondo, è legato e - come tutte le persone per bene - cova dentro una rabbia implacabile e feroce. La stessa rabbia che scuote i sacchetti della spazzatura che, stanchi di essere abbandonati e bistrattati, organizzano un maxi-processo. Sul banco degli imputati finiscono tutti: parlamentari, assessori, consiglieri. Così come la signora Maria che l’abitudine di lanciare il sacchetto dal balcone del quinto piano proprio non vuole togliersela e Peppe ‘o meccanico che, per risparmiare sullo smaltimento, abbandona i rifiuti pericolosi in campagna. Una commedia dal tono disinvolto, volutamente confidenziale e dialettale. «È morte pe te/ È morte pe me/ Ca si me vene na malatie/ Jastemme ‘a Die!/ Mane nostre e mane mie/ Uocchie ca lacreme nun nfunne/ State mpicchanne ‘o munne», dicono i sacchetti in coro, dal quale spiccano le belle voci di Francesca di Cresce e Felice Malagnino. Un lavoro teatrale che - a dispetto del tema - sa anche essere divertente e leggero, come la parentesi sulle nanoparticelle insolenti o i cassonetti gay. E che alterna, in maniera piuttosto equilibrata, humour e denuncia sociale. Come quella sul «triangolo dell’orrore» a cui Diana (con le coreografie di Enzo Castaldo) dedica una delle canzoni più riuscite: «Da Casale a Giugliano/ La malavita fa da scorta/ A camion di veleno/ E nun se po’ vedè/ E nun se po’ sentì/ Pure ‘o stato addà fuì». E se lo Stato arretra, non lo fanno di certo le malattie: «È il triangolo dell’orrore/ Addò se mpenne ‘o tumore/ Chi s’è sporche e mmane?/ Nisciune penze ‘a dimane». u. fer.
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